Storia del tattoo: Il tatuaggio Hawaiano

Quando l’esploratore Cook arrivò alle Hawaii, un piccolo arcipelago polinesiano, ne riportò alcune delle tradizioni, tra cui quella del kakau, il tatuaggio, che ancora oggi rimane l’ultimo baluardo di una cultura e di una tradizione ormai scomparse, soppiantate dalla cultura occidentale.

Circa dieci anni dopo la sua visita in Nuova Zelanda, il celebre avventuriero ed esploratore, il capitano Cook, ripartì alla volta delle isole Hawaii, approdando, nel 1778, al largo dell’isola di Kauai. Quando mise per la prima volta piede sulla terra, il popolo polinesiano che abitava l’isola da più di mille anni in più o meno totale isolamento lo accolse con inaspettata venerazione, avendolo scambiato per l’incarnazione fisica di una divinità: la società polinesiana, a quei tempi, viveva sotto le regole di un rigido tabù, chiamato Kapu, che faceva loro adorare un grande numero di divinità, ognuna legata a un aspetto determinante della loro vita quotidiana. La nave di Cook sembrò ai nativi dell’isola l’emblema di una delle loro divinità.

Prima di salpare di nuovo verso l’America del nord, Cook ebbe modo di entrare in contatto con molte delle tradizioni locali, tra cui quella del tatuaggio, molto diffusa (così come nelle altre isole polinesiane), che veniva chiamata Kakau. Nella loro cultura, il tatuaggio era vissuto come un ornamento del corpo, come segno di appartenenza a un determinato lignaggio per distinguersi gli uni dagli altri, come amuleto portafortuna e protezione contro gli spiriti maligni, e in generale come espressione del loro credo religioso.

Tra i disegni più tatuati vi erano, infatti, le lucertole e i gechi, animali particolarmente temuti e rispettati, e la mezza luna tipica del tattoo hawaiano; questi due disegni rappresentavano l’appartenenza alle caste più elevate della società di allora. Altri disegni in stile più decorativo e tribale, invece, rappresentavano intrecci di canne e di giunchi, e venivano tatuati su braccia, gambe e volti nel caso degli uomini, mentre per le donne era previsto il tatuaggio sulle mani, sulle dita, sui polsi e talvolta anche sulla lingua. Alcuni dei disegni tradizionali rappresentavano anche antichi capi ormai deceduti, e anche parenti o membri della famiglia che non erano più in vita.

Kahuna era il nome attribuito a chi, di fatto, eseguiva il tatuaggio, ed erano delle specie di sciamani che, con l’aiuto di un ago realizzato con una scheggia di osso posizionato in fondo a un’asta, e dei particolari pigmenti, che venivano inseriti sotto l’epidermide grazie a dei colpi esercitati con un martelletto sulla sommità dell’asta, realizzava fisicamente il tatuaggio. Dopo aver eseguito il tatuaggio, i dettami del Kapu volevano che tutti gli strumenti e gli attrezzi utilizzati fossero distrutti.

Fu su queste isole, mete delle sue prime esplorazioni, che il capitano Cook trovò la morte quando, sceso di nuovo a terra per riparare un albero della nave e non più ritenuto una divinità, venne aggredito dalla gente del posto.

Dopo pochi anni, i coloni europei, insieme ai missionari, giunsero alle Hawaii per colonizzarle, facendo in modo che la cultura occidentale, piano piano, prendesse il sopravvento sul Kapu e sulle tradizioni dell’isola. Tradizioni che, però, ancora oggi continuano a vivere tramite l’arte del tatuaggio.

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